Visitare la Risiera di San Sabba a Trieste
Nella periferia industriale di Trieste c’è un grande complesso di edifici rossi, nato in risposta a un’esigenza innocente come la lavorazione del riso e divenuto invece luogo di una memoria crudelmente indelebile: la Risiera di San Sabba.

Negli anni’40, infatti, la Risiera di San Sabba venne utilizzata dai nazisti come campo di prigionia, smistamento dei deportati, deposito di beni razziati, detenzione ed eliminazione di ostaggi, partigiani, detenuti politici ed ebrei.
Il tutto accadeva mentre là fuori, la gente sapeva e non sapeva. Si poneva domande ma non osava trovare le risposte. Perché quello che succedeva là dentro era troppo, troppo estraneo a qualsiasi comprensione e a qualsiasi forma di umana ragione per poter essere anche solo immaginato.
Il tutto accadeva stranamente in silenzio perché, guarda caso, c’erano sempre il latrato di qualche cane pesantemente incazzato o le note assordanti di una musica sparata a tutto volume a coprire i colpi e le mazzate.
Oggi, un tunnel stretto e dalle pareti alte e grigie conduce te visitatore all’interno di un cortile nel quale si affacciano le grosse strutture rimanenti. Può capitare che tu ti senta osservato, dall’alto come da ogni lato, dalle centinaia di occhi scuri tutti uguali che si aprono sulle pareti di ogni edificio.
Entri ed esci dalle stanze aperte al pubblico. Misuri con lo sguardo lo spazio all’interno di ognuna delle 17 celle calcolando a occhio e croce che potrebbe bastare a stento per un canarino mentre invece erano costretti a starci in sei. E osservando gli oggetti comuni custoditi nella Sala delle Croci ti interroghi su cosa voglia dire normalità.

Nel cortile, di fronte a quella gigante sagoma senza più corpo, ti interroghi ancora. Ti torturi il cervello, cercando di ricordare cosa stava scritto sui libri di storia a scuola. Nel frattempo, provi ad aggrapparti disperatamente a deboli sicurezze e falsi sollievi come “Quel tipo di forno lo usavano in Germania o in Polonia, da noi non c’era”. E invece sì, caro mio, interrogale meglio le tue deboli certezze. Quella pagina nera della storia appartiene anche a te. Il forno della Risiera di San Sabba è stato fatto saltare in aria dai nazisti in fuga ma la sua impronta è ancora lì, davanti ai tuoi occhi, all’interno di quel cortile circondato da edifici rossi.
E tu rifletti, ti tormenti la testa, ti interroghi a manetta. Ma non ci sono risposte, al di là dello sgomento. Non può esserci altro. Non ci provi neanche a immedesimarti in quei tremila o cinquemila che da quel cortile non sono mai usciti. Non provi neanche a immaginare cosa ci fosse nelle loro teste in quel momento. Tu non sai cos’è la paura, tu non sai cos’è il terrore.

Al posto della ciminiera e del fumo mefitico che emetteva oggi troverai un monumento alto, le cui punte di metallo si protendono verso il cielo. La speranza, e qui forse sto per dire la cosa più scontata di tutte ma forse in realtà non lo è poi così tanto, è che certe pagine nere della storia non debbano più essere lette da nessuno, in nessuna parte del mondo.
Entri infine nelle sale oggi adibite a museo e leggi come andarono le cose e come finì il processo, segui i filmati, guardi ancora altri oggetti, ascolti le testimonianze di chi, almeno con il corpo, è riuscito a uscire dall’inferno.
Oggi la Risiera di San Sabba è Monumento Nazionale e accoglie ogni anno più di 100mila visitatori.
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8 risposte
a trieste ci verremo a breve … grazie della dritta
Se hai bisogno di altri consigli scrivimi pure 🙂
Certo
Atroce. Io non ci sono mai stata e non posso che rimproverarmi per questo, in certi luoghi dovremmo andare in pellegrinaggio per capire, imparare, ricordare, rivalutare e chiedere scusa per il fatto che non c’interroghiamo mai abbastanza sulla realtà delle cose.
Sono d’accordo con te. Non ci interroghiamo abbastanza e, inoltre, tendiamo troppo facilmente a dimenticare. Questo posto va visto
Purtroppo abbiamo la memoria troppo corta
A guerra finita qui I miei nonni, esuli fiumani, vennero stipati per essere poi trasferiti in altre parti d’Italia. L’ho visitata anni fa e ho ancora la pelle d’oca!
ci credo…. Avevo la pelle d’oca io che, per fortuna, non ho ricordi di famiglia legati a quel luogo, figuriamoci chi ce li ha.
Un abbraccio, Laura!