Tre giorni ad Amsterdam tra amore e tulipani

In questi giorni ho spesso una voglia matta di tornare ad Amsterdam; probabilmente perché sui social ho visto le foto pubblicate da diversi amici che ci sono stati proprio negli ultimi tempi.

Del mio viaggio in solitaria ad Amsterdam ho un ricordo stupendo e il motivo è tanto semplice quanto “imponente”: la città olandese ha dato il la alla mia storia d’amore con tutte le lettere maiuscole. Ne è derivato il fatto che, ovviamente, passeggiavo tra i canali camminando a tre metri da terra, ridendo da sola per ogni cavolata e provando immenso stupore per tutto quello che mi capitava davanti agli occhi.

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Se a questa romantica euforia aggiungete i colori del Bloemenmarkt (il Mercato dei fiori galleggiante), l’arte che impazza sia all’aperto, sui muri della città, e sia all’interno delle numerosissime gallerie d’arte e la bellezza dei canali brulicanti di vita a tutte le ore del giorno e della notte potete benissimo immaginare il contesto di gioia e meraviglia nel quale ero felicemente immersa in quei giorni.

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Da Amsterdam sono tornata pensando: questa è una delle città in cui vivrei. E per me è davvero inconcepibile pensare che tanti ci vadano solo per le canne e per le donnine del Quartiere a Luci Rosse. Impossibile non apprezzare la città soprattutto per la ricchezza impagabile dei suoi musei, per la curiosità che ti spinge a esplorare ogni vicolo, per i negozi vintage del quartiere Jordaan, o anche solo per il piacere di camminare su strade dove le automobili non esistono e la bicicletta la fa da padrone (in tutti i sensi: tu, pedone, non devi azzardarti a invadere la pista ciclabile). Per non parlare, poi, del piacere di camminare senza meta, lasciarsi ispirare unicamente dal proprio istinto e scoprire così deliziose piazzette o cortili segreti pieni di verde e di storia. 

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Ripeto, forse era la storia nascente a rendermi particolarmente entusiasta; ma pur essendo lì da sola mi sono divertita e rilassata come una matta (e non grazie a qualche coffee shop, cosa credete!). 

IMG_0179In particolare, il la a cui accennavo prima l’ho dato una mattina mentre ero in fila per entrare nel Museo dedicato alla casa nascondiglio di Anna Frank, uno dei personaggi che più ho amato nella mia adolescenza e non solo. La fila durava da più di un’ora, il freddo e l’umido non perdonavano e io, mentre tenevo tra le mani congelate un bicchiere caldo di tè (sia fatto santo il baretto d’asporto a pochi metri dall’ingresso del museo) ho composto il messaggio che di lì a pochissimo mi avrebbe cambiato la vita. Inutile dire che, una volta entrata nel Museo, complice l’emozione del poter finalmente visitare un luogo che tante volte avevo provato a immaginare, mi sono commossa come una bambina.

Ad Amsterdam si lega anche il ricordo del peggior ostello in cui sono stata: scelto per la posizione, a pochi metri da Piazza Dam, si trattava di un buco su tre piani invaso dall’odore di canne e sigarette. La reception era un magazzino di cose accatastate l’una sulle altre, le scale erano buie e coperte da una pesante e polverosa moquette rossa. “Se devi fumare non aprire la finestra ma la porta”: questa l’accorata raccomandazione del vecchio proprietario, costantemente fumato e bevuto, che ogni volta che rientravo dai miei giri mi fermava su per le scale per chiacchierare del più e del meno. E, tuttavia, anche questo ha fatto parte delle avventure meravigliose di quel viaggio e, tornassi indietro, probabilmente lo sceglierei ancora.

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